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Suolo e Territorio ISPRA

Rischio sismico e vulcanico

Immagine di un collasso parziale di un edificio a San Giuliano a seguito del terremoto del Molise del 31 ottobre 2002L’involucro più superficiale e rigido della Terra, la litosfera, di spessore medio variabile tra 65 km negli oceani e 130 km circa nelle aree continentali, è suddiviso in porzioni, le cosiddette placche, che “galleggiano” sulla sottostante astenosfera, dal comportamento visco-plastico, assimilabile a quello di un magma. Questo magma, in virtù di moti convettivi, induce lungo i bordi delle sovrastanti placche continui movimenti differenziali. Questi moti tra le placche hanno determinato nel corso delle Ere geologiche la nascita e l’evoluzione degli oceani, la crescita delle catene montuose, la formazione dei continenti o la loro disgregazione.
I moti relativi tra le placche generano enormi tensioni nelle rocce, che in risposta tendono a deformarsi. In particolare, la parte più superficiale e fredda della litosfera (crosta superiore, spessa mediamente 15-20 km in Italia) è caratterizzata da un comportamento di tipo fragile, per cui tende a fratturarsi in blocchi che scorrono reciprocamente lungo piani di taglio (faglie), quando viene superato il limite elastico. Fratturazioni e scorrimenti non avvengono in modo continuo, ma a scatti, quando vengono raggiunti i limiti di resistenza della roccia. In questi scatti parte dell’energia accumulata viene liberata sotto forma di vibrazioni (onde sismiche), che si propagano anche a grandi distanze, determinando in prossimità della superficie terrestre uno scuotimento noto come terremoto.
La sottostante porzione di crosta ha invece un comportamento essenzialmente duttile, e reagisce pertanto alle stesse tensioni in maniera plastica.
Il magma dell’astenosfera riesce talvolta a risalire attraverso le fratture presenti nella litosfera giungendo fino alla superficie, dove alimenta l’attività vulcanica, più o meno esplosiva in funzione essenzialmente del chimismo del magma.

In vaste aree del territorio italiano la sismicità, in aree più ristrette il vulcanismo, costituiscono due importanti sorgenti di pericolosità naturale che, associate all’elevata vulnerabilità del territorio, dovuta alla massiccia presenza di insediamenti umani e delle relative infrastrutture, determinano un elevato livello di rischio.
Gli eventi sismici di magnitudo anche molto elevata di cui si ha riscontro in epoca storica o in tempi geologicamente recenti sono numerosissimi. Sono questi, ovvero le faglie che li hanno generati, a destare la maggiore preoccupazione, dal momento che la probabilità che le stesse strutture tettoniche possano riattivarsi è elevata. Le metodologie di indagine per mezzo delle quali è possibile risalire agli eventi recenti sono molteplici. Le notizie storiche raccolte, come le testimonianze dei testi classici e le più recenti cronache, hanno permesso di catalogare un grande numero di terremoti di intensità tale da essere stati avvertiti e da aver determinato danni ai manufatti e perdite di vite umane, tali da essere stati annotati dagli autori del tempo. Talvolta la meticolosa descrizione degli eventi, dei luoghi e dei danni da parte degli estensori ha permesso di risalire agli epicentri e determinare il grado di intensità. Gli studi geologici, geomorfologici e paleosismologici delle lacerazioni del terreno indotte in superficie e nel sottosuolo da terremoti recenti permettono, attraverso l’analisi dei rigetti e dei terreni contrapposti, dei rapporti con superfici di erosione, corpi sedimentari ed altri elementi strutturali che dissecano o suturano le faglie stesse, di attribuire loro un’età relativa ed in qualche caso di associarle ad un evento sismico noto. Le rilevazioni strumentali consentono infine di monitorare costantemente il territorio.
I cataloghi storici disponibili per la regione Italiana, compilati sintetizzando tutte le notizie relative ad eventi sismici dall’epoca Romana ad oggi, suggeriscono che effetti dannosi di terremoti possono avvenire in gran parte del nostro territorio. Allo stato attuale delle conoscenze, le regioni a maggiore pericolosità si individuano nelle Alpi Orientali, lungo tutta la catena appenninica, la Calabria e la Sicilia orientale.
Terremoti recentissimi come quello dell’Irpinia del 1980, caratterizzato da un’elevata magnitudo, hanno evidenziato la non conformità di gran parte delle costruzioni italiane ai criteri antisismici solo recentemente introdotti nella nostra legislazione. Proprio per tale motivo, sismi anche modesti per magnitudo possono comunque provocare danni considerevoli e perdita di vite umane, come purtroppo tragicamente confermato dal terremoto del Molise del 2002.
Strumento indispensabile per la corretta definizione del livello di pericolosità sismica è la sistematica investigazione e catalogazione degli “elementi” generanti i terremoti, ed in particolare delle faglie attive, che deve servire di base per la verifica degli edifici già costruiti e per la pianificazione territoriale.
Non meno importante è il rischio associato alle eruzioni vulcaniche, concentrato però in un’area sensibilmente più ristretta rispetto a quella sottoposta al rischio sismico. Sono infatti considerati attivi, allo stato delle conoscenze, solamente l’area costiera della Campania, con i complessi vulcanici dei Campi Flegrei, Ischia e Somma-Vesuvio, l’Etna e le isole Eolie.
Associati al rischio vulcanico sono numerosi fenomeni tra cui:

  • colate di lava e piroclastiche;
  • ricaduta di proietti vulcanici di varie dimensioni;
  • emissione di gas;
  • colate di fango;
  • terremoti e maremoti (vedi ad esempio quello avvenuto nel corso dell’eruzione dello Stromboli del 2002, probabilmente collegato ad una frana sottomarina da un fianco del vulcano).

Esempio di urbanizzazione, (colore chiaro) intorno al cono vulcanico del Vesuvio (al centro). Napoli è in alto a sinistra (immagine ripresa dallo Shuttle nel 1996, fonte NASAIl rischio vulcanico è elevato, nelle suddette aree, principalmente per la concentrazione e l’estensione dell’urbanizzazione a ridosso degli apparati vulcanici attivi. Particolarmente allarmante è il caso del Vesuvio, apparentemente quiescente dal 1944, e dei Campi Flegrei in cui, in caso di necessità, è evidente la difficoltà di utilizzare efficacemente la “macchina” dei soccorsi e procedere all’evacuazione delle centinaia di migliaia di persone individuate come sottoposte a rischio elevato.
Le eruzioni dell’Etna e dell’isola vulcanica di Stromboli del 2002, fortunatamente senza gravi conseguenze, sono il più recente esempio di come l’evento vulcanico, per quanto più facilmente prevedibile e modellabile rispetto al terremoto, rimanga comunque una sorgente significativa di rischio e conservi margini significativi di incertezza rispetto all’evoluzione dei fenomeni. In conseguenza di ciò, insieme a studi sempre più approfonditi, assume carattere prioritario nel medio e lungo termine un energico intervento di pianificazione territoriale per ripristinare un corretto assetto urbanistico.

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