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Nam-myoho-renge-kyo

Il Nuovo Rinascimento n.418 15 aprile 2009
Primi passi Le basi del Buddismo:
tratto da SGI Quarterly
La Legge universale
Cosa significa Nam-myoho-renge-kyo? Che importanza ha la voce? Quale atteggiamento assumere durante la recitazione del Daimoku? Quanto Daimoku recitare? A queste domande cerchiamo di rispondere in queste pagine dedicate ai principi fondamentali
Il principio

Approfondendo la conoscenza della pratica buddista ci rendiamo conto che la base di tutto è Nam-myoho-renge-kyo, una frase che, le prime volte, all’ascolto può suonare un po’ strana. Nichiren Daishonin considerava Nam-myoho-renge-kyo la Legge mistica, il principio che nell’universo governa la vita in tutte le sue forme, la Legge alla quale si sono risvegliati tutti i Budda e il vero aspetto della vita. E affermò che l’invocazione della Legge (la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo, ovvero Daimoku) è il «sentiero diretto per la Buddità».

La voce

Molte persone associano la religione buddista a una meditazione silenziosa, invece la recitazione e l’invocazione hanno rivestito un ruolo importante nella storia del Buddismo. Con la voce, infatti, si manifesta la convinzione interiore che si ha durante la preghiera. Questo Buddismo non spinge i seguaci verso il ritiro spirituale, li stimola bensì a esprimere il loro massimo potenziale. La voce è fondamentale in questo processo, infatti Nichiren spesso afferma: «La voce svolge il lavoro del Budda» (Raccolta degli insegnamenti orali, BS, 109, 41).
Il messaggio contenuto nel Sutra del Loto è che tutte le persone possiedono la Buddità: ognuno, al livello più profondo della sua vita, è già un Budda illuminato. In linea con le scuole più antiche che studiarono il Sutra del Loto, Nichiren considerava i cinque caratteri cinesi del titolo del sutra myo, ho, ren, ge, kyo, come l’essenza stessa del sutra, la Legge mistica a cui Sha­kya­muni e gli altri Budda si erano illuminati. Il 28 aprile 1253 quando il Daishonin recitò per la prima volta Nam-myoho-renge-kyo, stabilì la pratica che avrebbe aperto la strada per l’Illuminazione a tutte le persone, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza o dall’istruzione ricevuta.

Nam-myoho-renge-kyo

Nichiren si adoperò intensamente per incoraggiare i discepoli ad approfondire la fede e a credere che Nam-myoho-renge-kyo è la pratica che permette a ciascuno di tirare fuori la propria natura di Budda attivandone di conseguenza le caratteristiche di saggezza, coraggio, fiducia, forza e compassione. Queste sono le qualità che mettono in grado le persone di affrontare a testa alta i problemi quotidiani e stabilire una base di felicità indistruttibile nella vita.
Cosa significa allora Nam-myoho-renge-kyo? Letteralmente si può tradurre come: «Dedico me stesso al Sutra del Loto della Legge meravigliosa». Nichiren si addentra nella spiegazione di ciascun carattere approfondendone il significato nelle lettere scritte ai suoi discepoli (Gosho).
Nam (o Namu) deriva dal sanscrito e vuol dire venerare o dedicarsi. Myoho-renge-kyo è la pronuncia giapponese dei caratteri cinesi che compongono il titolo del Sutra del Loto o, in sanscrito, del Sutra Saddharma Pundarika.
Nichiren rileva che la frase, nel suo insieme, racchiude sia elementi sanscriti che cinesi, che erano le maggiori civiltà conosciute del tempo. Questo esprime anche l’universalità del Buddismo di Nichiren che mira ad abbracciare tutte le civiltà e le culture.
Myoho può essere tradotto come “Legge mistica o meravigliosa”. Come afferma Nichiren nel Gosho Il conseguimento della Buddità in questa esistenza: «Cosa significa myo (mistico)? È semplicemente la misteriosa natura della nostra vita di istante in istante, che la mente non riesce a comprendere e le parole non possono esprimere» (RSND, 1, 4).
Nichiren cita altri tre attributi di myo: aprire, essere perfettamente dotato e rivitalizzare. Ho è il dharma o la Legge. Myo e ho corrispondono anche alla fase della vita e a quella della morte, o come si legge negli scritti buddisti, all’aspetto attivo e manifesto e a quello latente e invisibile dell’esistenza. La vita, considerata quindi come un’alternanza di questi due stadi, è permeata dalla legge di causalità, o di causa-effetto, che Nichiren ha identificato con renge, il fiore del loto.
Il fatto che il fiore del loto contenga fiori e semi nello stesso momento simboleggia il principio di simultaneità di causa-effetto: porre una causa produce simultaneamente un effetto che può anche rimanere latente in attesa delle circostanze opportune per manifestarsi, ma entra comunque a far parte del magazzino del nostro karma.
Kyo significa sutra, l’insegnamento trasmesso oralmente dal Budda. Il carattere cinese per kyo sta anche a indicare l’ordito di un tessuto. Questa metafora serve a sottolineare che ogni fenomeno così come ogni essere vivente è strettamente legato agli altri, appunto come l’ordito di una tela.
Nichiren associa a ogni carattere di Myoho-renge-kyo anche parti del corpo umano: la testa, myo; la gola, ho; il torace, ren; l’addome, ge; gli arti, kyo. Questo per evidenziare che la Legge mistica o principio mistico che guida e governa il cosmo non è separata né dalla realtà concreta e tangibile della vita, né da quella del corpo.
Quando invochiamo la Legge manifestiamo la natura illuminata di cui siamo dotati, e possiamo quindi ispirare chi ci sta accanto verso una vita di felicità, creatività e compassione, creando così un “circolo virtuoso” caratterizzato da una profonda dignità e da un infinito valore dell’essere umano.
Nichiren usa una metafora molto poetica per descrivere questo processo: «Quando un uccello in gabbia canta, gli uccelli che volano liberi nel cielo sono richiamati e si radunano intorno a lui. E quando gli uccelli che volano nel cielo si radunano, l’uccello in gabbia cerca di uscire fuori. Così, quando con la bocca recitiamo la mistica Legge, la nostra natura di Budda viene richiamata e immancabilmente emergerà» (Come coloro che inizialmente aspirano alla via…, RSND, 1, 789).

Per approfondire
BS, 119, Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza, pubblicato anche in volume da Esperia
NR, 327 (1 maggio 2005), Il potere del Daimoku
NR, 329 (1 giugno 2005), Il Daimoku: quanto, come, perché
Il Budda nello specchio, Perché funziona Nam-myoho-renge-kyo? 32-38, Esperia
Il Buddismo di Nichiren Daishonin, La Legge, 173-187, Esperia

La scheda / Come e quanto si recita?
Daisaku Ikeda suggerisce di recitare Daimoku con il ritmo di un cavallo al galoppo e con l’intensità di un leone all’attacco. Il suono del nostro Daimoku dovrebbe generare gioia in chi ascolta, avendo però l’accortezza di tenere un volume di voce che non disturbi i vicini.
Recentemente (NR, 407, 17) il direttore generale Tamotsu Nakajima ha spiegato: «Si recita a palmi uniti, con gli occhi aperti, decidendo di mantenere questa posizione, anche se a volte è difficile, ed evitando di accavallare le gambe o di tenere le braccia conserte. Si tratta, ancora una volta, di rispetto. Io non terrei mai le gambe accavallate davanti a Nichiren Daishonin, né, per esempio, lo accoglierei in pigiama. Inoltre dovremmo evitare di interrompere la recitazione per salutare le persone che entrano. La recitazione di Gongyo e Daimoku è una cerimonia solenne, che richiede la massima concentrazione».
È importante cercare di mantenere una costanza nella recitazione quotidiana di Daimoku: il presidente Ikeda consiglia di recitare un’ora al giorno, compatibilmente con i propri impegni, e aumentare quando se ne sente l’esigenza.

Il Nuovo Rinascimento n.418 – 15 aprile 2009

http://www.sgi-italia.org

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