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Mar Tirreno

Il Mare Tirreno

Il tirreno risulta essere il mare più giovane del Mediterraneo e quindi anche molto instabile: si formò circa 10 milioni di anni fa. È stato l’ultimo mare a crearsi, lo avevano preceduto l’Adriatico seguito dallo Ionio.

Tra le fasi delle grandi fratture geologiche che provocarono lo sprofondamento del Tirreno e la crescita dei grandi vulcani (dal più vecchio, il Vavilov, al più giovane, il Marsili) c’è stata una fase di prosciugamento completo del Mediterraneo che si conclude con l’arrivo della grande cascata dello stretto di Gibilterra, 5-6 milioni di anni fa.
A quell’epoca le isole vulcaniche di Stromboli e Lipari non esistevano ancora, ma si potevano ammirare altri vulcani che svettavano come tanti Kilimangiaro. Nel corso dei millenni la “diga” naturale, che si era formata tra Spagna e Marocco cominciò a lesionarsi, e si ebbe un collasso generale di tutta l’area e le acque oceaniche si riversarono fragorosamente nella depressione del Mediterraneo: era nato lo stretto di Gibilterra .

I segreti profondi del Mar Tirreno

Nel corso di mesi di navigazione, ricercatori dell’IGM imbarcati su navi da ricerca attrezzate con strumenti d’avanguardia hanno esplorato la morfologia del Mar Tirreno. In 100 giorni di navigazione, 24 ore su 24, sono stati percorsi 36.000 km circa, equivalenti alla circonferenza della Terra, per portare a termine la prima carta geologica di un mare intero, ottenendo una rappresentazione del fondale marino con una precisione mai prima osservata. Lo strumento che ha permesso di ottenere queste informazioni consiste in un sonar multifascio (multibeam) che irradia il fondo marino attraverso un ventaglio di onde acustiche diretto perpendicolarmente alla rotta della nave. In questo modo, viene rilevata una fascia del fondale di larghezza pari a circa 4 volte la profondità dell’acqua.

Fig. 1: il bacino del Vavilov visto dalla Sardegna. Il vulcano Vavilov al centro e sullo sfondo il monte sottomarino
Flavio Gioia

Frutto di un Progetto Strategico del CNR, sostenuto anche dai Servizi Tecnici del Dipartimento della Protezione Civile e dal Gruppo Nazionale di Vulcanologia, la ricerca in Mar Tirreno contribuisce a svelare, in modo radicale, i processi geologici che hanno condotto alla sua formazione a partire da 10 milioni di anni fa, contemporaneamente alla costruzione delle montagne della catena appenninica. Alcuni dei fenomeni geologici che hanno accompagnato la nascita del Tirreno (movimenti tettonici su grandi faglie con rigetti chilometrici sui margini; creazione di nuova crosta terrestre per espansione oceanica nelle piane abissali a 3.600 metri di profondità; esteso vulcanismo sottomarino), sono ancora oggi in atto.
Il lavoro ha portato alla conoscenza del più grande vulcano d’Europa, il gigantesco vulcano sottomarino Marsili, situato nel Tirreno meridionale, che si innalza di 3.000 metri dal fondo marino, con una lunghezza di 65 chilometri.

Fig. 2: il vulcano sottomarino Marsili visto da Nord

I fenomeni vulcanici sul Monte Marsili sono tuttora attivi e sui fianchi si stanno sviluppando numerosi apparati vulcanici satelliti, molti dei quali hanno dimensioni comparabili con il cratere dell’Isola di Vulcano, nell’arcipelago delle Eolie. Sono state inoltre identificate le tracce di enormi collassi di materiale dai fianchi di alcuni dei vulcani sottomarini.
L’attività vulcanica recente risulta anche dalla circolazione di fluidi ad alta temperatura all’interno della crosta. Aree in cui questi fluidi vengono emessi sono state identificate nei vulcani sottomarini e nella porzione sommersa dell’edificio vulcanico di Panarea. In queste zone, depositi di solfuri di piombo, rame e zinco, ossidi ed idrossidi di ferro e manganese si formano sul fondo marino, originando giacimenti che, in un futuro prossimo, potrebbero essere attivamente sfruttati.
È stato, inoltre, messo in luce il destino del materiale eroso dalle montagne che circondano il Mar Tirreno, trasportato dai fiumi sino al mare. Sono stati evidenziati sistemi di drenaggio sottomarino attraverso i quali i sedimenti vengono trasferiti dalle aree costiere alle porzioni centrali abissali del Mar Tirreno. I più importanti assi di questi sistemi di drenaggio sottomarino sono il Canyon di Stromboli e la Valle di Sardegna, ubicati rispettivamente nel margine calabro e in quello sardo. Questi canali sottomarini, larghi fino a 4 chilometri e profondi centinaia di metri, solcano i fondali del Mar Tirreno con lunghezza fino a 250 km. Quando il gradiente lo consente, le valli assumono un aspetto meandriforme, mentre dove attraversano aree a pendio elevato formano cascate, con una morfologia del tutto simile a quella dei più grandi fiumi che solcano la superficie emersa del Pianeta.


Periodi inquieti

Negli ultimi due milioni di anni, nell’area italiana si sono avute manifestazioni molto importanti di almeno 2 tipi diversi di vulcanesimo.
Una prima attività vulcanica è legata allo scivolamento della placca del Mar Adriatico sotto quella del Tirreno. La zolla sprofondata ha attualmente raggiunto i 450 chilometri di profondità e dalla sua parziale fusione si sono formati i magmi che hanno dato origine ai vulcani appenninici, dal Vesuvio ai Campi Flegrei, ai laghi craterici laziali (Bolsena, Vico, Bracciano, Albano e Nemi). Anche le emissioni di vapori e gas del Monte Amiata e i vulcani ormai spenti (almeno lo si ipotizza) del Vulture (Potenza) e di Roccamonfina (Caserta) sono legati allo stesso fenomeno.

Una seconda area di attività vulcanica è quella che si manifesta in seguito allo scivolamento della zolla africana sotto il Tirreno. Il fenomeno ha dato origine al vulcano sottomarino Marsili e a quelli delle Isole Eolie. Questi gruppi di vulcani sono tra loro abbastanza simili nel modo di eruttare.
Fa eccezione l’Etna, perché è legato alla presenza di grandi fratture che interessano l’intera crosta terrestre (anche l’Isola Ferdinandea che oggi è sotto il livello del mare ha una medesima origine) e che scendono fino al mantello sottostante.

Nelle profondità del mar Tirreno è accertata da tempo la presenza di grandi complessi vulcanici sommersi. Recenti studi effettuati dall’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), tramite la stazione geomarina Orion Geostar 3, sul Marsili, situato a nord delle isole Eolie, hanno permesso di rilevare che il gruppo ha una base abissale con diametro di circa 50 km, si eleva per 3260 metri (l’Etna è alto 3323 metri) arrivando a circa 500 metri dalla superficie, e possiede numerosi apparati vulcanici satellitari con crateri simili per dimensione a quello dell’isola di Vulcano.
Nell’Italia meridionale esistono diverse zone vulcaniche attive.
I fondali del Tirreno sono modellati dalla collisione tra la zolla eurasiatica e quella africana, che ha consentito la formazione di numerosi vulcani sottomarini. Il più imponente tra questi è il Marsili, che è anche il più grande vulcano europeo (65 km di lunghezza, 40 di larghezza e oltre 3.000 m di altezza).
Studi sempre più approfonditi, grazie anche alle applicazioni di tecnologie sempre più sofisticate, progressivamente hanno rivelato preziosi dati sull’origine e sull’evoluzione delle bocche di fuoco coperte dai nostri mari: e, per la precisione, del nostro Mar Tirreno. Sono quattro i dormienti, cosiddetti “fratellastri” che interessano da vicino il “nostro” Vesuvio, “vulcani giganti”, sommersi ma per nulla inoperosi, nella cinta del Mar Tirreno costituendone una cintura di fuoco non indifferente. Vulcani di enorme potenziale nascosti negli abissi, localizzati e battezzati dai loro scopritori. Ma soltanto con il sondaggio capillare del C.N.R., da poco presentato pubblicamente dal responsabile Prof. Michael Mariani, è stato possibile realizzare una prima radiografia compiuta di questi “giganti sommersi” del Tirreno, il mare per antonomasia più giovane e perciò più instabile del Mediterraneo.

Lo studio del C.N.R. ne ha rilevato gli aspetti più pericolosi. Alto 3000 m il Marsili dista 150 km a sud del golfo di Napoli e 70 km dalle isole Eolie. Si sviluppa da 3000 a 505 m di profondità. Lungo 65 km e largo 40, ha due milioni di anni, le sue fumarole furono riprese nel 1990 da un video-robot di ricercatori americani. Poi c’è il Magnaghi: uno dei più grossi vulcani del sistema sottomarino. Tre milioni di anni di età. Localizzato a 220 km sud-est di Napoli, misura in profondità fra 1465 e 3000 m di cui soltanto la parte superiore è di circa 2300 m, ha le caratteristiche di un edificio vulcanico. Dallo studioso sovietico Valilov che ne scoprì l’esistenza, prende parte anch’esso alla famosa mappatura del Tirreno. Il Vulcano Valilov ha come datazione 6-7 milioni di anni. Localizzato a 160 km sud-est del golfo di Napoli, ha una profondità compresa tra i 3000 e 733 metri. Ultimo, ma non meno pericoloso è il Palinuro, altro vulcano sommerso della cintura Tirrenica. Dista circa a 150 km dal golfo partenopeo e a 83 dalla costa calabra di Diamante, in direzione nord-est rispetto al Marsili. L’origine risale a meno di due milioni di anni fa.

I fenomeni vulcanici sul Monte Marsili sono tuttora attivi e sui fianchi si stanno sviluppando numerosi apparati vulcanici satelliti, molti dei quali hanno dimensioni comparabili con il cratere dell’Isola di Vulcano, nell’arcipelago delle Eolie. Sono state inoltre identificate le tracce di enormi collassi di materiale dai fianchi di alcuni dei vulcani sottomarini.
L’attività vulcanica recente risulta anche dalla circolazione di fluidi ad alta temperatura all’interno della crosta. Aree in cui questi fluidi vengono emessi sono state identificate nei vulcani sottomarini e nella porzione sommersa dell’edificio vulcanico di Panarea. In queste zone, depositi di solfuri di piombo, rame e zinco, ossidi ed idrossidi di ferro e manganese si formano sul fondo marino, originando giacimenti che, in un futuro prossimo, potrebbero essere attivamente sfruttati.

Tutto il territorio delle Isole Eolie è di origine vulcanica. Le isole altro non erano che vulcani sottomarini emersi dalle acque circa 700.000 anni fa nel seguente ordine: Panarea, Filicudi, Alicudi, Salina, Lipari, Vulcano e per ultimo Stromboli il quale forse ha circa 40.000 anni di età. Da ricordare l’emersione di Vulcanello avvenuta nel 183 a.C., mentre le ultime colate di pomice ed ossidiana sul monte Pelato a Lipari, sono avvenute circa 1500 anni fa.

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