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Curiosità Sarde

A sinistra il sedano acquatico, a destra la maschera fenicio-punica di San Sperate, causa ed effetto del Riso Sardonico

E’ ufficiale il Riso Sardonico di cui parlano i Greci in relazione alle popolazioni Sarde era il risultato della bevuta di un infuso di “Oenanthe fistulosa ” che in Sardegna è molto diffusa vicino ai corsi d’acqua (e perciò detto “sedano acquatico”), lo dice il direttore del Dipartimento di Botanica all’Università di Cagliari , Mauro Ballero , nella ricerca che il suo team ha pubblicato sulla rivista americana “Journal of natural products “. Una buona notizia perché già se ne immagina un uso curativo da parte delle case farmaceutiche.

Il c.d. riso sardonico non sarebbe però una risata bensì la contrazione dei muscoli del viso dovuta all’avvelenamento per mezzo dell’infuso succitato. Si sa per certo da fonti greche ch’esso fu dato a bere ai Sardi antichi morenti, con particolare riferimento all’usanza di mandare a morte tutti coloro che compivano i 70 anni:

una notizia attribuita a Timeo, il quale avrebbe riferito come in Sardegna i vecchi di 70 anni venissero uccisi a bastonate e sassate dai figli e precipitati in un fossato; nel perire i vecchi ridevano di un riso che per la crudele situazione e l’ambiente in cui si svolgeva il rituale, veniva chiamato “sardonio”; secondo una diversa lettura a ridere erano invece gli uccisori, mentre gli uccisi venivano sacrificati a Crono” (Didu, visto su: www.sardolog.org )

Ma da fonti altrettanto antiche possiamo associare questo infuso anche ad una sorta di pillola di cianuro da agente segreto, alla James Bond per intenderci, che prendevano i guerrieri Shardana catturati dal nemico, infatti Simonide di Ceo ci racconta l’assedio degli Shardana a Creta , allorché alcuni Sardi furono catturati e condotti a morire fra le braccia arroventate della statua bronzea di Talo (anch’essa Sarda peraltro), ed essi si presentarono ai loro giustizieri con un ghigno beffardo sul volto ch’egli chiamò riso sardonico, il sardus gelo di Omero (secondo altri Talo era un’automa bronzeo che distrusse i Sardi con un abbraccio infuocato, ed il riso sarebbe il suo).

1 commento »

  1. Efisio Lippi Serra

    Storia, leggenda, arte e culto dell’acqua in Sardegna e nel mondo

    Il problema dell’acqua è fra i più antichi della millenaria, tormentata, storia della Sardegna. In questo articolo non v’è alcuna pretesa di indicare soluzioni all’annoso problema che da sempre angustia la nostra comunità e soffoca la nostra economia (specie agricola), ma il desiderio di provocare una riflessione su quel che l’acqua ha rappresentato e rappresenta nella storia dei popoli; nonché nella leggenda, nel culto e nell’arte della ultra millenaria storia della Sardegna.

    Tutti sono consapevoli che l’acqua, fra gli elementi della natura, sia il più importante; tanto è vero che, nel comune sentire, non può esserci vita in assenza di acqua! E all’acqua, poeti e scrittori d’ogni tempo e latitudine hanno dedicato versi e pagine immortali.

    In una recente relazione, Margherita Satta ha ricordato che Mircea Eliade, nella sua “Storia delle Religioni”, ha affermato che “l’acqua è fonte e origine della vita umana” e vi ha descritto il ruolo che l’acqua ha avuto ed ancora ha in alcune culture del mondo.

    Né possiamo tacere quanto sostengono autorevoli studiosi sul ruolo e il culto dell’acqua nel “preistorico” Sardo. Il Lanternari ha detto che “il culto preistorico dell’acqua nell’Isola si atteggia in un aspetto particolare che è il culto delle sorgenti”. Per il Taramelli il culto delle grotte, nell’età del bronzo, era in Sardegna così intenso da essere considerato “patrimonio fondamentale della stirpe Sarda”.

    Per Giovanni Lilliu “il culto centrale e principale dei protosardi dell’età dei nuraghi era proprio quello delle acque”. E il nostro illustre conterraneo – che ha speso gran parte della vita a scoprire, inseguire ed interpretare le difficili piste della storia e della cultura dei nostri avi nuragici – aggiunge e sottolinea che “il culto idrico dei protosardi si rivolgeva all’acqua del cielo, come eredità d’una religione della pioggia propria delle genti a civiltà agricola dell’età prenuragica; ma riguardava, in prevalenza, l’acqua di ‘vena’: quella, cioè, delle fonti, dei pozzi, delle sorgive, a cui si abbeveravano i pastori e le loro greggi”.

    Quel che non sfugge neppure all’osservatore più distratto è che i sardi della preistoria – a differenza di quanto accade oggi – avevano dell’acqua un rispetto così alto e sacro da elevarla a divinità.

    Per chi ama girare il mondo per scoprirne gli aspetti meno noti e le popolazioni meno conosciute non è difficile verificare i molteplici modi di rapportarsi con l’acqua delle diverse civiltà e culture che popolano il pianeta e constatare che, minore è il grado di sviluppo civile e sociale di un popolo, maggiore è il suo rispetto per l’acqua: acqua che non è solo “elemento del vivere quotidiano” ma “ragione fondante della vita”.

    Alcune tribù Maori della Nuova Zelanda vivono nelle acque calde delle sorgenti vulcaniche. In quelle pozze fumanti e in quei fanghi giocano i bambini, i giovanotti nuotano per irrobustire le loro strutture scheletriche e tonificare le masse muscolari, le donne lavano panni e stoviglie, essiccano e modellano particolari erbe palustri che usano, poi, per rivestire i loro nudi corpi scultorei nelle feste tribali e nelle ricorrenze religiose.

    Ho visto giovani tuffarsi pericolosamente dall’alto di rocce e palafitte che sovrastavano le calde acque del vulcano e alla domanda perché si esponessero a tanto pericolo il “vecchio” del villaggio rispose che non si trattava di esibizioni di bravura ma di “voti” offerti alla divinità delle acque: per invocare l’amore, la fedeltà della sposa, la felicità e la prosperità della famiglia, l’abbondanza dei raccolti, la fecondità della bestie.

    Gli aborigeni australiani – quelli che non praticano il “nomadismo” tanto diffuso nei 6 Stati australiani vivono prevalentemente nelle acque delle “riserve” ove esercitano la pesca, la concia delle pelli e la tempera dei legni dai quali ricavano i loro preziosi “boomerang”. Anche loro celebrano con rigida osservanza e grande folklore i riti per le divinità fluviali.

    I Daiaki (“i tagliatori di teste” del Sarawak, nel Borneo Nord Occidentale) vivono prevalentemente nell’acqua. La notte riposano nei rifugi costruiti sugli alberi più alti della foresta per difendersi dai coccodrilli, dai serpenti velenosi che infestano gli acquitrini e dalle bestie feroci; ma durante il giorno giocano e lavorano nelle torbide acque ai piedi del villaggio, si lavano, tagliano e lavorano i giganteschi alberi delle foreste, li scavano e decorano col machete, preparano le gabbie per i galli da combattimento, per gli animali da cortile, i maiali e le bufale; oppure navigano con le lunghe piroghe nelle vorticose acque del fiume infestato dagli alligatori. Prima del riposo della notte, il capo tribù e lo stregone non mancano mai di avviare le danze per propiziare la pioggia e ringraziare le divinità delle acque: danze cui partecipa tutta la comunità con indosso i rudimentali monili, le penne e i perizomi più pregiati.

    I Toraja dell’isola di Celebes, nell’Arcipelago indonesiano, hanno, più di qualunque altro popolo di mia conoscenza, affinità con i nostri antenati protosardi e nuragici nel rito sacro dei morti e nel culto delle acque. Celebrano i funerali dei loro defunti solo quando dispongono dei mezzi necessari per fare una festa più grande e ricca possibile; alla quale vengono invitati non solo i famigliari ma tutta la comunità raggiungibile.

    La cerimonia si svolge in luogo pubblico: in una vasta area, sgombra d’alberi, ove vengono disposte a ferro di cavallo delle tribune di bambù: la centrale riservata ai famigliari del defunto , quelle laterali alla folla accorsa al funerale. Al centro della pista vengono infissi robusti tronchi d’albero, ai quali viene legata la zampa anteriore sinistra dei bufali e/o dei maiali destinati al sacrificio. Sarà, poi, il “cerimoniere” ad imporre il silenzio e annunciare l’inizio della cerimonia funebre.

    Lo stregone del villaggio, dopo aver lavato con cura la bestia predestinata, effettua danze propiziatrici e innalza canti sacri e preghiere al Dio delle acque invocando piogge e abbondanza di raccolti e al Dio dei morti perché accolga il defunto in felicità e benessere. Quindi si accosta, con passo rituale, al bufalo o al maiale indicato dalla folla e, con un sol colpo di machete, gli recide le carotidi dalle quali sgorga, abbondante, il sangue che viene raccolto nella cavità di grosse canne di bambù debitamente predisposte. Quel sangue, che è il primo segno sacrificale della cerimonia, viene offerto, ancora fumante, ai famigliari del defunto e a chi ne faccia richiesta.

    Questo rito dimostra che i Toraja considerano ancora sacro il rapporto fra sangue e acqua, fra la morte e l’acqua che è fonte di vita: aspetti mitologici e religiosi assai affini alle culture greca, etrusca, egizia, indiana, che ritroviamo in opere immortali come l’Odissea e la Divina Commedia.

    Il macabro rito propiziatorio viene ripetuto tante volte quanti sono gli animali destinati al sacrificio; e maggiore è l’importanza e la ricchezza del defunto, maggiore è il numero delle bestie sacrificate. In una bolgia infernale di urla e canti, la cerimonia si protrae fino a notte fonda e per altri giorni ancora; fino a quando il massacro sarà finito e i partecipanti saranno sfiniti dalla fatica, dal gran mangiare e dagli alcolici. Intanto, nella roccia vicina alla casa dell’estinto è già pronta la sua ultima dimora: quella che noi Sardi chiameremmo “domu de Jana”. L’abitacolo è, infatti, simile a quelli scavati nelle rocce delle nostre montagne. La sola differenza è che, attorno all’apertura del cunicolo, viene disposto un balconcino ligneo dal quale sporgerà un pupazzo dalle vesti colorate raffigurante il defunto e alla base della “parete mortuaria” verrà sistemato un “baldacchino” riproducente le antiche imbarcazioni dell’Isola.

    I Toraja abitano case di legno dalla caratteristica forma delle antiche imbarcazioni del luogo; ma la maggior parte della giornata la trascorrono in lunghi e stretti gradini di terra strappati alle colline ove, dopo averli inondati d’acqua, piantano il riso e fan pascolare i bufali. Le loro divinità dominanti sono la pioggia e l’acqua.

    Ricordo di aver incontrato, una mattina, seduto ai piedi di una costruzione simile agli “Stupa” Birmani, un vecchio dalla lunga e fili forme barba bianca che gli spioveva dal mento rinsecchito. Aveva le labbra tumefatte e così arrossate da sembrare il sedere d’una scimmia. Masticava delle strane radici che lo costringevano a sputare sovente una saliva scura e dall’odore sgradevole. Gli chiesi chi fosse e cosa facesse. Dopo essersi lavato la bocca con un sorso d’acqua, mi disse di essere il custode della “Fonte sacra” dalla quale non poteva mai allontanarsi per non irritare il Dio del fiume e delle acque.

    Mi licenziò con un inchino ed un sorriso e riprese a masticare le sue radici mentre recitava una noiosissima cantilena e sgranava uno stranissimo rosario.

    I Birmani Intha del lago Inle meritano una citazione particolare perché non solo vivono costantemente nell’acqua ove esercitano la pesca e svolgono la maggior parte delle loro funzioni quotidiane, ma dal fondo del lago prelevano il fango pregno di “humus fluviali”, lo trasformano in grossi “pani” che assemblano con robuste e lunghe canne di bambù, fissate, poi al fondo del lago per creare i famosi “giardini galleggianti”: autentico miracolo di ingegneria agricola. E non esagerato affermare che nessun’acqua gode di tanto rispetto e culto come quella dell’Inle; se è vero, come è vero, che in questo straordinario bacino montano – che si distende su un vastissimo territorio a 1320 m. sul livello del mare ed è abitato da 126.000 abitanti – galleggiano centinaia di orti-giardino (che producono, per 12 mesi l’anno, frutta e verdura di ogni specie) e diecine di piccole pagode e monasteri; mentre le sue coste sono popolate da 100 grandi monasteri e più di 1000 stupa costruiti, per lo più, su palafitte.

    Un connubio perfetto e sorprendente fra attività umana e meditazione spirituale!

    Gli Intha del lago sono buddisti come la stragrande maggioranza dei Birmani ma, a differenza del resto della popolazione (nota per la scarsa attitudine al lavoro), sono tenacemente legati alla terra ed alle attività contadine. La loro fede non vieta il culto della pioggia e dell’acqua, anche se tutti si riservano il privilegio di osservare l’obbligo religioso di trascorrere almeno un anno della loro vita in un monastero buddista.

    Nel delta del Mekong, nel Vietnam del Sud, milioni di Vietnamiti vivono permanentemente nell’acqua. Nel prezioso elemento i cittadini svolgono tutte le attività civili, sociali, commerciali. Nel delta si naviga e si pesca e negli stupendi giardini delle sue coste si coltivano frutti deliziosi e si consumano cibi saporiti. Quell’area lacustre che fu, per anni, focolaio di odio e lido di morte è tornata alle origini della sua tradizione e della sua storia. E nonostante la diffidenza e l’ostilità del “regime”, il culto di quel popolo per il suo delta appare evidente anche al più distratto degli osservatori.

    Le imbarcazioni ammucchiate sulle rive, quelle che trasportano merci e masserizie, le piroghe dei venditori ambulanti e le barche che solcano le dense acque del delta portano tutte i segni del religioso rispetto, della devozione e del culto sacro per l’acqua: elemento essenziale per la vita di quel popolo, sopravvissuto ad una lunga, devastante guerra anche (e soprattutto) per merito del delta del Mekong.

    Il discorso sul rapporto che ancora esiste fra molti popoli e l’acqua come elemento di vita e momento di culto, potrebbe fermarsi a questo punto. Vale, però, la pena fare un brevissimo cenno al “culto delle acque” nei popoli del continente indiano.

    Maria Margherita Satta, nella sua relazione al III Simposio di Etnopoetica tenutosi ad Alghero il 30 marzo 2000, fra le altre interessantissime cose, diceva: ” Nella mitologia induista, Indra è ricordato sia come la divinità che squarcia le nuvole e permette alla pioggia di fecondare la terra, sia come il Dio che uccide Vrta, liberando le acque e dando vita agli esseri della terra”. “Parjnya è identificato come l’elemento fecondatore puro e semplice”; e continua: “Queste divinità acquisiscono una notevole importanza soprattutto all’interno di quelle società la cui economia si basava sull’agricoltura e l’allevamento, dove era essenziale fecondare la terra tramite la pioggia e controllare gli argini dei fiumi in modo da evitare le inondazioni, fenomeni negativi per i sistemi agro-pastorali”.

    Ebbene, non è mia intenzione soffermarmi sull’affermazione della Satta, da me totalmente condivisa. Desidero solo aggiungere che – a parte la arcinota sacralità del Gange, ove, per le religioni induiste, tutto nasce e tutto muore, ove il Fiume sacro divora i cadaveri umani ed animali, purifica gli spiriti, restituisce la salute agli ammalati e la vita alla morte – in un Paese come il Nepal (ove è ancora venerata dalla casta sacerdotale e persino dal re la Dea Cumari, eletta periodicamente fra 300 bambine vergini e dichiarata decaduta al primo segno di pubertà) è talmente profondo e radicato il culto dell’acqua e della pioggia che a ridosso dei pozzi o fiumi sacri si consumano migliaia di sacrifici (che, a seconda delle disponibilità del credente vanno dalla pecora all’agnello, dal pollo all’uovo, dal maiale al toro) in un nauseabondo miscuglio di muggiti, grugniti, belati e di sangue che appesta l’aria e arrossa le acque dei rivi, i muri dei pozzi, le pietre degli altari e la terra invasa dai pellegrini in preghiera, assiepati come cavallette.

    Non è dato sapere se analoghe cerimonie sacrificali fossero presenti anche nei riti pagani protosardi e nuragici. È, invece, certo che ancora sono visibili – dentro e fuori dai complessi nuragici, siti e pozzi sacri – i segni di celebrazione sacrificali; anche di quelle più feroci e drammatiche.

    Del resto, leggende come quella de “L’abisso delle vergini” nella Grotta di Ispinigoli di Dorgali, quella della “Voragine del golgo” di Baunei e di altri siti della Sardegna indicati da leggende e tradizioni locali come luoghi di tortura e di morte verso malfattori, traditori, donne infedeli, streghe, ma anche verso nemici ed avversari, potrebbero essere considerate la testimonianza che, nell’era nuragica e prenuragica, i Sardi non fossero estranei a culture ed a riti sacrificali comparabili a quelli sopra menzionati.

    Le modeste conoscenze della complessa materia non mi permettono, però, di affermare che esistano riscontri certi sui rituali sacrificali del Sardo delle caverne e dei nuraghi. Nel contempo non credo si possa mettere in dubbio che i nostri antenati fossero tanto sensibili ai bisogni dell’acqua e così consapevoli della sua indispensabilità per la sopravvivenza dell’uomo, delle bestie e della campagna da avvertire la necessità di riconoscerne la Divinità e, conseguentemente, fare in modo di guadagnarne i favori invocandone la protezione.

    Attorno all’antico culto delle acque è fiorita, in Sardegna, una infinità di credenze popolari e leggende che ancora sopravvivono e alimentano la fantasia popolare.

    Sa peristoria de Maria Giusta, pubblicata per la prima volta da Franco Enna e resa nota, in tutta la sua drammatica bellezza, da Enedina Sanna nel già citato III Simposio di Etnopoetica del marzo 2000, ad Alghero, ha permesso di squarciare quel muro di mistero che avvolgeva i riti sacrificali del periodo nuragico e prenuragico.

    Sa peristoria racconta di una donna che, mentre andava in cerca di legna da ardere, vide cadere e andare in fiamme un leccio accanto ad un pozzo lì vicino. Da una scure senza manico abbandonata in mezzo al bosco comparve una “fata” che disse alla donna: “getta la scure a doppio filo nel pozzo e vi sgorgherà l’acqua”. La donna, dopo aver bevuto di quell’acqua, dimenticò tutto. Quando arrivò l’estate, tutti ebbero sete; anche il figlio che, sconfitto dall’arsura, si afflosciò come un giglio. La donna, disperata, tornò al pozzo e sentì una voce che le diceva: “S’abba non naschet / si sambene no paschet” (l’acqua non nasce / se sangue non pasce). La donna capì, si gettò nel pozzo e l’acqua sgorgò abbondante.

    La poesia, di rara efficacia e bellezza, raccolta da Franco Enna a Macomer dalla stanca voce di Maddalena Deriu, ormai novantenne, è una delle “leggende – testimonianza” che inducono a ritenere che molta della “storia antica non scritta” resti scolpita nella cultura e nelle tradizioni dei popoli come memoria incisa nella pietra.

    Un po’ come quello che ho avuto modo di vedere nei giganteschi graffiti della Namibia; ove migliaia di anni prima d’oggi i Boscimani, popolo primordiale ormai in via di estinzione, incidevano nelle pareti levigate delle montagne la loro storia, quella della loro fauna, della loro flora e della loro economia: florida e opulenta fino al disseccarsi del lago Ethosa Pan ed al sopraggiungere del deserto di Sossusvlei con le sue meravigliose dune di sabbia di corallo.

    La lettura de Sa peristoria de Maria Giusta ci permette di capire molti dei segreti del Santuario nuragico di Santa Vittoria di Serri: un vero e proprio villaggio edificato intorno al pozzo sacro dello stesso nome.

    Questo santuario nuragico, costruito sulla Giara di Serri che sovrasta quella più vasta di Gesturi, ha fatto ritenere che quei luoghi alti, oltre che terrazze naturali di difesa, fossero anche luoghi di culto. Giovanni Lilliu – archeologo di fama mondiale e accademico dei Lincei – ha definito il Villaggio Santuario di Santa Vittoria” uno dei monumenti più importanti, fascinosi ed evocativi della civiltà nuragica” e rappresenta, per chiunque abbia passione per l’antichità sarda, il Pantheon delle memorie nuragiche; come si legge nella Guida insolita della Sardegna di Franco Fresi.

    Gli scavi del Villaggio di Santa Vittoria di Serri hanno portato alla luce molti oggetti legati al culto sacro delle acque, considerati autentiche offerte votive alla divinità delle acque. Ma l’elemento che maggiormente ha catturato l’interesse degli studiosi e lega questo importante monumento archeologico a Sa peristoria de Maria Giusta è l’ascia a due fili: la bipenne o labrys.

    Raimondo Zucca, nel suo Il Santuario Nuragico di Santa Vittoria di Serri, narra che nella capanna della bipenne, “ai piedi dell’altare si individuarono un pilastrino che si inseriva in una basetta con dentellatura superiore e una grande ascia bipenne in bronzo (della lunghezza di 27 cm.) che, secondo il Taramelli, potevano costituire una ‘sacra bipenne betilica’, alla quale entro il recinto si prestava il culto con riti e sacrifici dei quali si videro le tracce”.

    A parte le considerazioni sulle origini e la diffusione nel mondo mediorientale e mediterraneo del labrys e sul significato simbolico del “bipenne” (connubio “Toro-Sole”, “Vacca-Luna”), è sorprendente l’accostamento del verso “S’istrale a duos filos” de Sa peristoria de Maria Giusta col riscontro archeologico del “bipenne” bronzeo dell’altare del Santuario di Serri e con gli amuleti di pietra, a forma di ascia, ritrovati all’interno della sua Fontana Sacra.

    Questa sconcertante storia potrebbe essere la riprova che molto spesso le leggende sono il veicolo più affascinante, e spesso più veritiero, delle “storie non scritte” dei popoli.

    Di pozzi sacri in Sardegna se ne contano, sinora, una trentina. Nella maggior parte dei casi hanno la stessa struttura architettonica composta da un vestibolo a livello del terreno, nel quale venivano esercitate le cerimonie dei sacerdoti e deposte le offerte votive. Lì venivano celebrati i riti propiziatori spesso accompagnati da sacrifici di animali e, forse, di uomini. Circostanza, questa, che nessuno è stato in grado di escludere ma che potrebbe essere possibile se si vuol dare un minimo di attendibilità a Sa peristoria de Maria Giusta della quale abbiamo detto sopra.

    Fra i tanti pozzi sacri, quello maggiormente studiato e conosciuto, il più interessante dal punto di vista archeologico ed architettonico, è certamente quello di Santa Cristina. Del pozzo sacro di Santa Cristina ha parlato e scritto la cultura, l’archeologia e l’architettura di tutto il mondo contemporaneo. È, quindi, arduo aggiungere altro al tanto che già si è detto e si sa.

    Percorrendo la strada statale 131 – più o meno a 110 Km. da Cagliari – compare sulla destra un picco roccioso dietro il quale si nasconde il miracolo del “pozzo sacro di Santa Cristina”. Il monumento è una delle più affascinanti e misteriose testimonianze della civiltà protosarda. La mirabile realizzazione architettonica si apre con una scala attraverso la quale gli officianti giungevano fino alla fonte. Attorno al pozzo si sviluppa l’esedra e il recinto sacro, mentre nelle vicinanze si intravedono timide tracce di edifici civili e commerciali. A un centinaio di metri sorge il nuraghe.

    Lo stupore, però, assale i visitatori quando, oltre un piccolo ripiano pietroso, oltre i querci sopravvissuti agli incendi, si scopre la magnificenza di un’opera dinanzi alla quale impallidiscono persino quelle immortali di Roma, di Atene e dell’Egitto.

    Gianfranco Pintore, nella sua opera Sardegna sconosciuta ha scritto: “quando riportarono alla luce il pozzo di S. Cristina, l’ingegnere che ne stava rilevando le proporzioni, smarrito, rivelò agli archeologi che erano con lui: ‘Se si dovesse progettare oggi una cosa del genere avremmo bisogno di un buon computer e di non poche settimane di lavoro'”.

    Quando, in Grecia, andai a visitare la famosissima Tomba di Agamennone, ricordando i giganteschi macigni che concorrono alla costruzione di gran parte dei nostri nuraghi e, soprattutto, avendo nella mente lo stupore del pozzo di Santa Cristina, mi domandai se i Sardi potessero essere autori della monumentale opera funeraria di uno dei più mitici e celebrati eroi Omerici o fossero, invece, i Greci ad aver contribuito alla realizzazione delle inimitate ricchezze archeologiche della età nuragica della Sardegna. Ed evidentemente non sono il solo a stupirmi dinanzi a tanto miracolo architettonico se è vero che decine di studiosi si sono affannati a scoprire il mistero di un’opera che trova pochi riscontri nell’archeologia di tutti i tempi.

    Neppure i monumenti impareggiabili del Messico, del Perù, della Birmania, della Cina, del Nepal, dell’India e di altre parti del Pianeta, colonizzate nei trascorsi millenni da civiltà superiori ed ormai scomparse, si sentirebbero sminuiti dal confronto con quelli della preistoria sarda che, comunque, rimarranno immortali nel tempo. Attorno a questo prodigio creativo si è scatenata la curiosità e la fantasia di studiosi, archeologi, artisti, architetti e, persino, geografi ed astronomi di tutto il mondo. Si sono cercate e trovate somiglianze con l’arte greca e, soprattutto, con quella egizia; al punto che alcuni hanno sostenuto e sostengono che capolavori come il pozzo di S. Cristina siano opera di architetti egiziani richiamati in Sardegna da signorotti del tempo. Sono quesiti che non troveranno risposta!

    Quel che è certo è che l’orientamento verso il Meridiano della sezione trasversale del pozzo fa sì che la Luna, nei periodi della sua massima declinazione, si rispecchi, per un breve periodo (ed in particolare a mezzanotte), sul fondo del pozzo; circostanza che ha autorizzato la convinzione che il pozzo Sacro di S. Cristina avrebbe avuto impieghi, oltre che rituali, anche astrologici: di laboratorio, cioè, per lo studio delle stelle, della Luna, del Sole e dell’Universo.

    Vale la pena aggiungere che gli studiosi di questi monumenti rituali sostengono che la costruzione dei pozzi sacri, e in particolare di quelli di S. Cristina e di Santa Vittoria di Serri, lascia intravedere una particolare competenza geografica e astronomica dei loro progettisti e costruttori. Chissà!

    Certo è che quelle scale così perfette di S. Cristina, quelle pareti monumentali, quei giganteschi blocchi di basalto rosa-scuro costringono gli sprovveduti come il sottoscritto a domandarsi: “Come hanno fatto questi Sardi antichi – senza nessuna attrezzatura meccanica, senza neppure i semplici e tradizionali scalpellini dei contemporanei lavoratori della pietra, senza esplosivi di alcun genere – a fare quel che, a fatica, fanno oggi gli addetti alle cave di granito e i cavatori del marmo della Toscana e di ogni parte del mondo?”

    Si dice che per preparare quei blocchi di pietra si usasse fare un foro nella roccia madre, la si riempisse d’acqua che, dilatandosi per il gelo, spaccasse la pietra secondo i desideri del “protoarchitetto”. Ammesso che questo fosse possibile e sia avvenuto, come facevano, poi, i Sardi del tempo a rendere così perfetti tutti gli elementi che hanno concorso alla realizzazione di quest’opera inimitabile?

    Giovanni Lilliu ha scritto che per la costruzione del pozzo di S. Cristina sono state adottate tecniche costruttive “che mostrano i paramenti tirati su a parabola lungo la quale i conci ben tagliati si sovrappongono obliquamente: il concio superiore leggermente in ritiro rispetto all’inferiore. In questi ultimi pozzi si osserva una tecnica moderna che, se non rivela proprio una rottura della tradizione architettonica, dimostra almeno una linea più avanzata, una sensibilità artistica più raffinata in confronto al vecchio modo di costruire”.

    Questa sottile osservazione e le conseguenti conclusioni mi paiono chiare e abbastanza evidenti. Resta, però, da chiedersi come mai a questa “linea più avanzata” nella costruzione del pozzo di S. Cristina non abbia fatto riscontro altrettanto avanzato livello architettonico nell’edilizia abitativa e in tutte le opere d’ingegneria civile, pubblica e privata, che sono rimaste immutate fino all’arrivo in Sardegna di civiltà e culture più evolute.

    Un ultimo cenno rapidissimo desidero farlo su un monumento assai meno noto di quelli appena citati ma che, tuttavia, rappresenta una delle preziosità archeologiche più raffinate e interessanti della Sardegna. Si tratta di Funtana Croberta.

    Recentemente, dopo aver rivisitato i Menir e la straordinaria Domu de Jana de Pranu Mutteddu di Goni, ho proseguito per Ballao con l’intento di saziare lo sguardo delle “orride bellezze” di quelle montagne disseccate dalla vigliaccheria dei piromani e abbeverarmi alla fonte della solitudine che è assoluta padrona di quei luoghi desolati e disabitati.

    A cinquanta metri dal bivio per Ballao fui attratto da un piccolo cartello segnaletico: Funtana croberta. Imboccai una stradina sterrata e, dopo pochi metri, mi fermai dinanzi ad un robusto cancello di ferro, appena accostato. Lo aprii e parcheggiai in un piccolo spiazzo invaso da pietre affioranti e poca erba secca. Girovagai lì attorno nella speranza di trovare “sa Funtana ” della quale avevo sentito parlare qualche tempo prima e persino durante la breve sosta a Goni. Finalmente mi imbattei in un cumulo di terra e pietrame la cui sommità mostrava qualcosa di molto simile ad un foro. Decisi, così, di fare una accurata ricognizione di tutto il “cumulo” e delle aree adiacenti, affollate di cisti rinsecchiti e di verdi lentischi.

    Dietro un muro semidemolito che sporgeva dal cumulo intravidi una stretta scalinata di granito che scendeva verso il basso. Pensai fosse la via d’accesso a sa Funtana croberta e, con molta circospezione, discesi fino al piano del pozzo: pieno fino all’orlo ma coperto da una robusta grata di ferro. L’ambiente, piuttosto angusto, era illuminato da un raggio di sole che penetrava dal “foro” che avevo visto dall’esterno. Questo mi permise di gustare uno spettacolo incredibile: le pareti del pozzo si ergevano perpendicolarmente per circa 2 metri; da quell’altezza aveva inizio una costruzione cupoliforme, troncoconica, in pietra nuda, che si elevava fino all’apertura superiore (il foro, appunto) dalla quale potevo ammirare un cielo luminoso e tersissimo.

    Scattai tutte le foto di cui disponevo, ma non riuscivo ad andar via. Mi sembrava di udire una voce che mi chiamava dal fondo del pozzo e le acque che intravedevo oltre la grata sembravano vive. Nonostante la luce scendesse copiosa dall’alto della volta forata, la mia immagine non si specchiava nell’acqua che, invece, rifletteva la cupola, ingigantendola ed esaltandone la ricchezza architettonica. Uscii e rientrai più volte senza che venisse meno nessuna delle sensazioni che avevo provato il primo momento della mia discesa in quella straordinaria, ma sconosciuta, reliquia della memoria storica della nostra Sardegna.

    Commento di rdroma — 23 maggio 2009 @ 1:36 AM | Rispondi


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